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Persone, colori, musica, gioia, ironia: il primo Pride a Monza è stato tutto questo e molto altro più.

La valanga di giovani ha travolto un bel po' dei soliti luoghi comuni che continuano a raccontare una storia vecchia e stucchevole, quella di una città che sarebbe arretrata e conservatrice.

Orgoglio monzese o, per meglio dire, pride Monza!

E ovviamente orgoglioso pure delle Sacramentine.

Per quanto mi riguarda la stima nei confronti di Beppe Sala e il riconoscimento del lavoro svolto nell’interesse dell’intera collettività non vengono minimamente scalfiti.

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Rimane l’amarezza di interrogarci su che Paese è mai diventato questo, dove si condanna chi compie il proprio dovere e il coraggio della responsabilità è considerato un reato.

E soprattutto, quale messaggio di fiducia può arrivare a quei giovani che intendono servire civilmente il bene pubblico?

Il vero cambiamento non è cialtrone e parolaio, ma ribalta i luoghi comuni e dimostra che uno Stato può non essere inefficiente e codino.

Il vero cambiamento fa paura.

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Libero il sindaco di Monza di negare il patrocinio al Brianza Pride, ma almeno abbia la decenza di non accampare scuse per motivare la decisione. L’elenco degli aderenti è molto più lungo, ricco e variegato di quello snocciolato da Allevi per bollare come “politicizzata” la manifestazione. Quindi la sua è una scelta politica ben precisa che aderisce perfettamente alla linea della destra nostrana in materia di diritti civili. Il manifesto del Pride è molto chiaro: la partecipazione è libera, eppure nessun partito, movimento, associazione o gruppo riconducibile alla galassia della destra ha deciso di aderire. Segnando ancora una volta la distanza che divide non tanto fazioni opposte, quanto piuttosto un diverso modo di concepire la libertà dei sentimenti. Per questo io sabato partecipo. #VieniComeSei.

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Osservando la folla colorata che di nuovo ha manifestato pacificamente, mi convinco sempre più: ciò che sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte è la riposta migliore a chi pensava di potersi permettere qualsiasi cosa. Di poter impunemente superare ogni limite, anche quello tra i più indecenti che arriva a considerare merce elettorale perfino la dignità delle persone. Brianza accogliente e solidale.

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Con il voto di ieri si è conclusa la mia esperienza di consigliere provinciale iniziata nell’ottobre 2014.

Era anche la prima elezione svolta secondo le nuove regole stabilite della legge Delrio. Una riforma che nei suoi obiettivi continuo a considerare fosse necessaria e giusta, rimasta però a metà. Tra i tanti (troppi) punti inseriti nel pacchetto referendario bocciato il 4 dicembre 2016, c’era, infatti, anche quello che riguardava il superamento delle province. Una volta abolite, avrebbero dovuto ridursi nel numero e trasformarsi in enti di area vasta a servizio dei comuni. Avrebbero, perché nella realtà così non è stato. Il processo si è bruscamente interrotto. Le province sono rimaste per intero, le competenze anche. Fondi e personale sono stati dimezzati. In questi anni si è trattato di una vera e propria impresa impossibile, portata avanti da presidenti e consiglieri che hanno continuato a svolgere il proprio ruolo “gratis et amore Dei” nonostante responsabilità e impegni non fossero mai cambiati.

Nel ringraziare tutti i compagni di viaggio con i quali ho condiviso questo importante compito istituzionale, l’augurio di buon lavoro ai nuovi eletti non è formale ma di sostanza. Spero davvero che a livello legislativo si intervenga rapidamente per correggere l’attuale stortura. Troppo spesso si considerano questi argomenti non prioritari, perché non fanno share nell’opinione pubblica. Eppure  garantire il corretto funzionamento delle istituzioni è fondamentale per la vita quotidiana delle nostre comunità. 

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