Il capitolo dal libro “Delfini nel Lambro” dedicato all'urbanistica. Roberto Scanagatti risponde alle domande di Angelo Longoni 

Nella campagna elettorale del 2012 lei ha promesso che non avrebbe passato il suo lustro da sindaco a parlare di urbanistica. Questo perché a Monza è sempre stata una patata bollente, o, meglio, un mattone rovente, o perché le priorità erano ben altre? Comunque di urbanistica si è parlato molto.

 In otto mesi abbiamo messo mano al piano di governo del territorio, così abbiamo dimostrato che si può anche discutere di urbanistica senza bloccare la città. Questo era il problema che ci siamo trovati nel 2012: modificare l’impostazione data dall’amministrazione precedente senza paralizzare lo sviluppo della terza città della Lombardia.

Eppure c’è chi vi ha accusato di aver concesso molti metri cubi in più di quelli autorizzati dalla giunta precedente.

Forse varrebbe la pena di ricordare il clima vissuto in città dal 2007 al 2012. L’approvazione del piano di governo del territorio avvenne nel novembre del 2007, dopo pochi mesi dall’insediamento della giunta di centrodestra. Assessore all’urbanistica era Paolo Romani, furono introdotte alcune modifiche che in parte stravolsero il disegno originario lasciato in eredità da Faglia. Ma quello che più conta è che nella stessa delibera di approvazione si annunciava già la revisione dello strumento urbanistico.

Insomma il bambino era appena nato, ma già si annunciava il funerale...

È un’immagine un po’ forte ma veritiera. Fatto sta che da quel momento incominciò una lunga attesa per quello che sembrava una vera e propria cuccagna. Ovvio che con previsioni edificatorie maggiori non conveniva chiedere le concessioni edilizie ai parametri in vigore. Poi sappiamo tutti come è andata a finire. La città si è ribellata e perfino la maggioranza è scoppiata, travolta da un piano bulimico in termini edificatori. Oggi, con le legge regionale del 2014 che tutela il consumo di suolo, quel piano sarebbe stato bocciato prima ancora di arrivare in Consiglio comunale.

E chi ne ha tratto vantaggio? 

L’economia finanziaria, quella che si fonda sulle plusvalenze. Società che fanno incetta di aree inedificabili. Le iscrivono nei loro bilanci a valori bassissimi. Dopo il cambio di destinazione, il valore schizza alle stelle. A questo punto trovano la banca disposta ad accettarli in garanzia a copertura di prestiti e il gioco è fatto.

Chi, invece, ci ha perso?

I piccoli proprietari che non hanno intenti speculativi ma semplicemente vorrebbero mettere a frutto il loro investimento, spesso per ampliare l’edificio in cui abitano per i propri figli. Ma che rimangono bloccati nell’attesa. E poi ci ha perso l’economia reale, quella che non fa finanza ma produce occupazione, lavoro vero. Rimasta di conseguenza completamente ferma.

Insomma, Monza ha bisogno di nuove case o bastano e avanzano quelle che ci sono?

Il problema di Monza è analogo ad altre città: c’è una quota consistente di invenduto,  che però sta diminuendo, anche se ci sono persone, soprattutto giovani, che vorrebbero una casa.

Ma se domanda e offerta non si incontrano un motivo ci sarà.

Io sono convinto che per molti le priorità sono cambiate. Ovviamente la crisi economica ha giocato un ruolo fondamentale. Il tempo del posto di lavoro stabile è finito e chissà se mai tornerà. La casa di proprietà non è più l’obiettivo principale, perché un giovane sa che facilmente gli capiterà di doversi spostare, magari addirittura all’estero. Cerca quindi un alloggio preferibilmente in affitto, al limite con la possibilità dopo un certo numero di anni, di poterlo riscattare. Su questi modelli, che sono quelli di un futuro che è già arrivato, ci stiamo lavorando.

E le aree dismesse? Volevate recuperarne una ventina, ma sono rimaste al palo.

La scelta compiuta è stata chiara fin dall’inizio: basta consumo di suolo, utilizziamo le aree già compromesse e che oggi sono fonte di degrado e di pericoli ambientali. Alcuni operatori hanno raccolto il messaggio, come nel caso dell’ex cotonificio Cederna, dell’ex Feltrificio Scotti e via Ghilini.  Altri invece stanno ancora alla finestra. Sicuramente uno dei problemi principali è dovuto al fatto che i costi per le bonifiche sono molto elevati. Nel nuovo PGT abbiamo messo a punto una serie di provvedimenti, a cominciare dai premi volumetrici, che costituiranno un significativo incentivo. Ma da tempo mi sto battendo in sede regionale e nazionale, perché ci sia una legislazione che consideri il recupero come un vantaggio ambientale per tutta la collettività.

Per il prossimo quinquennio, se sarà riconfermato, cosa dobbiamo aspettarci?

Con il documento di inquadramento, riconfermato poi dalla variante al PGT approvata a febbraio, abbiamo dato un messaggio chiaro e forte: basta consumo di suolo, recuperiamo le aree dismesse.

 

In bici nel parco andrea rota nodari